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Psicologia dell’autoritratto: differenza tra selfie ed autoritratto

Infilo la tazza nel microonde, prendo la tovaglietta verde, ci metto sopra i cereali, la marmellata, la frutta, le fette biscottate, cucchiai vari e aspetto che suoni.

Biiiip Biiiiip, il latte è pronto.

Inzuppo, non troppo lentamente, né troppo velocemente (odio quando la fetta biscottata si spappola nel latte) e con l’altra mano inizio a scorrere la rassegna stampa delle notizie sul cellulare. Cosa accade nel mondo, le nuove ricerche sulle neuroscienze, come sopravvivere al marketing, l’approfondimento di psicologia, il progetto fotografico di Tizio e la mostra di Caio.

Una scorsa veloce ai social e via al computer a lavorare.

Stamani mi sarò svegliata con la luna storta, o probabilmente è solo Saturno che ormai pare stanco anche lui di essermi contro da anni, ma tutti i selfie che ho visto in 3 minuti di accesso ai social, mi hanno fatto venir voglia di scrivere due righe sulla psicologia dell’autoritratto.

Faccio quasi fatica ad accostare la parola selfie ad autoritratto, ma è un mio limite, lo so, visto che il sommo vocabolario Treccani ci dice: selfie s. m. o f. inv. Autoritratto fotografico generalmente fatto con uno smartphone o una webcam e poi condiviso nei siti di relazione sociale.

C’è chi reputa il selfie come la naturale evoluzione dell’autoritratto, e forse per certi aspetti lo è, ma dal mio modo di vedere le cose, il significato psicologico è ben diverso. E ora vi spiego perché.

Psicologia dell’autoritratto

psicologia dell'autoitratto
©Leanne Surfleet

Psicologicamente parlano, per autoritratto si deve intendere la riproduzione intenzionale della propria immagine, che detta così, potrebbe valere anche per il selfie, ma occorre scendere nel dettaglio per capirne le differenze

Dietro all’intenzione di autoritrarsi, si cela prima di tutto il bisogno dell’uomo di lasciare un’immagine di sé che sopravviva nel tempo, che documenti i passaggi essenziali della sua esistenza e che riesca in qualche modo a scongiurare la morte.  Sembra una spiegazione lontana dal nostro modo quotidiano di vedere e vivere le cose, ma vi assicuro che non lo è.  E’ più probabile fare di tutto per non chiederci tante cose alle quali costa fatica rispondere, che interrogarsi costantemente sul senso della nostra vita o della nostra morte.

Detto questo però si posso nascondere altre intenzioni dietro al nostro bisogno di autoritrarci, come per esempio la volontà di rendere oggettiva quella immagine del nostro volto che possiamo vedere solamente allo specchio. Anche questo è un modo per testimoniare che esistiamo come individui.

Sicuramente più condivisa è l’intenzione che nasce dal bisogno di costruire una propria identità, identificandosi con quella immagine che vediamo allo specchio. Qui il discorso si fa complicato ed ha a che vedere con il processo che porta alla costruzione della nostra immagine interiore, fondamentale per il senso di identità che abbiamo. Se volete approfondire qui trovate un articolo dedicato alla costruzione dell’immagine di noi stessi.

Seguendo la psicologia dell’autoritratto, se pensiamo alle intenzioni che si celano dietro a tutta la produzione artistica intorno alla riproduzione della propria immagine, possiamo individuare vari tipi di ritratto: l’autoritratto mascherato, l’autoritratto nelle vesti di altri, l’autoritratto mentale, l’autoritratto come riparazione, l’autoritratto curativo, l’autoritratto come travestimento, l’autoritratto come identificazione proiettiva o come elaborazione del lutto. Se vuoi saperne di più, qui troverai le caratteristiche dei vari esempi di queste tipologie di autoritratto.

Selfie dunque sono

Ma torniamo al nostro selfie e sulla base di quello che abbiamo appena visto, chiediamoci  “quali sono le intenzioni che muovono le persone a scattare un proprio ritratto e condividerlo sui canali social?” “ In che modo i selfie soddisfano quel bisogno di costruire una propria identità?” “Stiamo testimoniando la nostra esistenza come individui attraverso i selfie”? Sono domande che vi faccio e che mi faccio per stimolare una riflessione su questa “pratica sociale” la cui estrema deriva è la sindrome da selfie, la dipendenza da autoritratto attraverso il cellulare riconosciuta dall’Associazione Psichiatrica Americana. La “Selfie Syndrome” è un insieme di disagi e comportamenti alterati che derivano da un utilizzo smodato del cellulare per autoritrarsi.

psicologia dell'autoritrattoMa quali sono le motivazioni psicologiche che possono portare una persona a sviluppare addirittura questo disturbo?

Ci sono diversi studi su questo argomento che possono darci una risposta. Uno di questi è stato condotto dall’Università di Buffalo, che ha rivelato come le persone che condividono costantemente le proprie fotografie sui social network, basino la propria autostima principalmente sulle opinioni degli altri. Ciò vuol dire che il loro stato emotivo e l’immagine di se stessi dipenderà dal grado di accettazione e gradimento che le loro foto avranno sui social network. Più “mi piace” più valgo, più sono noto, più vengo ammirato e approvato. Tutto ciò diventa fonte di rassicurazione, gratificazione e accettazione.

L’ansia di essere imperfetti, di essere inadatti a ricevere amore per quello che si è, il bisogno di accettazione, la mancanza di autostima, l’insicurezza, la volontà di apparire agli occhi degli altri come “perfetti”, ci spingono a produrre un milione di foto in serie.

Ricerchiamo disperatamente la posa perfetta, l’espressione giusta, la luce e l’inquadratura migliore per apparire agli occhi di chi ci guarderà come meglio pensiamo di voler essere visti.  Applichiamo filtri, effetti e ritocchi e solo dopo siamo pronti a pubblicare la nostra foto. Un bisogno narcisistico spesso accompagnato da scarsi valori, da obiettivi superficiali di bellezza e potere, da miti di ricchezza e prestigio.

Salviamoci dal selfie

Alla fine ciò per cui riceviamo gratificazione e accettazione è una pura finzione, non ha niente a che vedere con la nostra vera identità, siamo accettati per quello che facciamo vedere, ma ci dimentichiamo che non è la realtà autentica.  L’apprezzamento e la gratificazione che riceviamo, effimeri quanto la nostra immagine condivisa sui social, rafforza la nostra finta e ostentata immagine di noi stessi e indebolisce la nostra vera e fragile identità celata dalle nostre apparenze.

Sarebbe più funzionale riscoprire chi realmente siamo, abbracciando le nostre imperfezioni,  accettando di non poter piacere a tutti, coltivando le nostre peculiarità senza bisogno di cercare affannosamente il consenso degli altri, senza l’approvazione di nessuno ma solo la propria.

E se queste saranno le nostre intenzioni, allora la psicologia dell’autoritratto e gli esempi di autoritratti nel mondo dell’arte e della fotografia, possono esserci di aiuto e da stimolo nella ricerca della nostra identità. Se siete curiosi di approfondire, cliccate qua.

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[…] scritto una serie di articoli sulla psicologia dell’autoritratto ( Selfie dunque sono: psicologia dell’autoritratto; Come creiamo l’immagine che abbiamo di noi stessi?) e nell’ultimo “Le funzioni […]

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