Psicologia dell’autoritratto

Leggere gli autoritratti in chiave psicologica vuol dire prima di tutto andare a ricercare i motivi che hanno portato l’artista a produrre la sua opera. Quasi sempre l’autore passa attraverso un processo di introspezione ed autoanalisi , volto a capire il proprio mondo interiore, ad approfondire profonde dinamiche psicologiche , ad elaborare dei vissuti dolorosi.
Nell’articolo Le funzioni dell’autoritratto in pittura e fotografia ho raccontato di come le diverse intenzioni dell’autore, diano vita ad altrettante tipologie di autoritratto. Oggi vorrei approfondire quella che vede l’autoritratto come elaborazione del lutto.
Il legame tra fotografia e morte
Se volessimo cercare l’origine del ritratto, sicuramente troveremmo le sue radici nell’arte funeraria, dove spesso il defunto viene rappresentato con un’immagine da vivo. Basti pensare ai bellissimi ritratti del Fayyum nell’Egitto romano, una serie di ritratti molto realistici realizzati su tavole di legno che ricoprivano il volto di alcune mummie. Se ci pensate, le foto sulle lapidi ai giorni nostri, sono l’aver tramandato nei secoli questa stessa intenzione.
Ma il collegamento tra fotografia e morte è come se fosse già insito nella fotografia stessa: essa evoca la morte nel momento in cui blocca e congela la vita nel suo libero fluire. Cos’altro è uno scatto fotografico, se non l’uccidere un momento che non ci sarà più?
Dall’altra parte però l’autoritratto esprime tutta la sua forza nel bisogno di mettersi al sicuro dalla propria morte. Creare un’impronta del nostro passaggio diventa una prova concreta del fatto che io esisto e che sopravviverò ad essa.

L’autoritratto come elaborazione del lutto, affronta in maniera diretta il rapporto che si ha con la morte, che sia la propria o quella degli altri.
L’esempio di cui adesso andrò a parlare è un esempio di come l’utilizzo della fotografia e dell’autoritratto nello specifico, sia stato un modo per iniziare ad elaborare la perdita di una persona cara.
L’autoritratto come elaborazione del lutto: Moira Ricci 20.12.53 – 10.08.04

Moira Ricci è una fotografa toscana della provincia di Grosseto. Nel 2004, mentre si trovava a lavoro in Emilia Romagna, viene richiamata a casa per la morte improvvisa di sua madre. Fin da subito, senta l’impulso di cercare tutte le fotografie in cui era ritratta sua madre per inserirsi dentro l’immagine e starle vicina. Nasce così il suo lavoro, 20.12.53 – 10.08.04, le date di nascita e morte di sua madre. Era mossa dal grande desiderio di tornare indietro nel tempo e poter dire a sua madre di stare attenta a quello che le sarebbe potuto succedere quel maledetto giorno.
In concreto Moira prende tutte le foto di sua madre e trova il modo di creare una nuova fotografia con la sua immagine all’interno che dirige lo sguardo verso la madre. Ogni fotografia sarà curata nel minimo dettaglio, studierà la posa, i vestiti da utilizzare, la luce, le ombre e attraverso Photoshop creerà delle immagini in cui sarà difficile riconoscerne la verità.
Anche i suoi familiari all’inizio guarderanno queste fotografie senza accorgersi della sua presenza. E’ solamente guardando tutto il lavoro che veniamo colpiti dal viso di questa ragazza rivolto alla ricerca dello sguardo della madre.
Attraverso questo lavoro Moira psicologicamente incontra le emozioni che le permetteranno di iniziare l’elaborazione della perdita, con i vissuti di disperazione, rabbia, rassegnazione e distacco.
A mio avviso è un lavoro di una potenza unica, sia sotto l’aspetto creativo, sia per il significato che ha. E’ incredibile come l’immagine di Moira sia perfettamente inserita dentro al contesto della foto. Tant’è che, se non lo sapessimo, confonderemmo la figura di Moira come appartenente allo scatto originario. Un tema universale che scatena in noi un vissuto emotivo forte, fatto di paura, rabbia, solitudine e tanto altro. Una tensione emotiva che si legge nello sguardo di Moira verso la madre.
Il lavoro di Moira Ricci mostra quanto la fotografia possa diventare uno strumento concreto per elaborare un lutto, non solo un modo per ricordare. L’idea di inserirsi nelle immagini della madre per cercarne lo sguardo è delicata e potente, e rende tangibile il desiderio impossibile di tornare indietro nel tempo. Trovo interessante anche il legame tra ritratto e morte: fissare un momento significa in qualche modo trattenerlo, ma anche accettare che non tornerà.
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Il lavoro di Moira Ricci mostra quanto la fotografia possa diventare uno strumento concreto per attraversare il lutto: inserirsi nelle immagini della madre per cercarne lo sguardo è un gesto che trasforma il dolore in presenza e in memoria. Trovo particolarmente intenso il fatto che le foto sembrino naturali anche agli occhi dei familiari, perché restituisce l’idea di un legame che continua a esistere proprio dentro gli scatti.
Needle in a Haystack
Il lavoro di Moira Ricci è di una potenza rara: l’inserimento della propria immagine nelle foto della madre, con lo sguardo sempre rivolto verso di lei, trasforma l’autoritratto in un vero e proprio spazio di elaborazione del lutto. Colpisce anche la scelta di studiare posa, luce, ombre e dettagli fino a rendere quasi invisibile la propria presenza, come se il desiderio di stare vicino alla madre prevalesse sulla necessità di mostrarsi.
Freeze Tag Meaning
Il lavoro di Moira Ricci mostra quanto la fotografia possa diventare uno strumento concreto per attraversare il lutto, non solo per ricordare ma per ricostruire simbolicamente una vicinanza negata dalla perdita. L’inserimento della sua figura nelle immagini della madre, curato fin nei dettagli, trasforma ogni scatto in un dialogo silenzioso e in un modo per dare forma a emozioni altrimenti difficili da esprimere.
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