Quali sono le differenze tra la fotografia terapeutica e la fototerapia?
Ultimamente navigando in Internet trovo sempre più utilizzi impropri della parola fototerapia e non ti nascondo il fatto che tutto questo mi fa un po’ arrabbiare, ecco perché oggi ho deciso di scrivere un articolo che chiarisce cosa siano la fotografia terapeutica, la fototerapia e in cosa differiscono.
Ti ho già parlato dell’enorme potere che hanno le fotografie, sia come mezzo per esprimere quello che non si riesce a dire in parole, sia come stimolatore di comportamenti ed emozioni spesso a noi inconsci. Ti risparmio un nuovo pippone ma se vuoi rinfrescarti la memoria trovi un bell’articolo esplicativo qui.
Facciamo un passo avanti quindi.
Gli albori dell’aspetto terapeutico della fotografia
La prima persona che ha sperimentato e ha colto l’aspetto terapeutico della fotografia, è stato il Dott. Hugh Diamond (1856), psichiatra nel manicomio femminile Surrey County Lunatic Asylum e fotografo amatore. Egli fotografava le sue pazienti prima e dopo i trattamenti per cercare di identificare i cambiamenti dalla fisiologia del loro volto. E fin qui niente di interessante se non che ha preceduto di qualche anno anche il celebre Cesare Lombroso, famoso per l’applicazione della fisiognomica ai soggetti criminali (diciamo un po’ il The Mentalist dei nostri tempi). La cosa si è fatta interessante nel momento in cui il Dott. Diamond (soprannominato in seguito “il padre della fotografia psichiatrica”) ha iniziato a mostrare alle sue pazienti i ritratti che faceva loro, constatando reazioni positive che esse avevano nel rivedersi nella fotografia. Famoso è l’esempio di una paziente che si credeva la regina d’Inghilterra e che dopo essersi vista in fotografia e aver riso di se stessa, ha smesso di credersi tale. Le foto furono per queste pazienti, un mezzo per aumentare la consapevolezza della loro immagine corporea, la loro identità e anche la loro autostima ( Se vuoi approfondire googola Dott.Hugh Diamond, si aprirà un mondo).
Ma come tutti i geni illuminati avanti anni luce rispetto all’epoca in cui hanno vissuto, anche il Dott. Diamond non venne preso in considerazione, bisogna aspettare gli anni Settanta per avere un riconoscimento ufficiale del potere terapeutico della fotografia grazie all’articolo di Judy Weiser (1975) sulla “Foto-Terapia”( da non confondere con la terapia della luce). Questa psicoterapeuta e fotografa canadese, utilizzava le fotografie come strumento proiettivo all’interno delle sedute con i suoi pazienti perché si era accorta che le foto stimolavano sensazioni, emozioni e ricordi che solo con le parole era difficile fare emergere. Successivamente iniziò ad utilizzare gli album di famiglia dei pazienti al fine di stimolare in loro riflessioni, connessioni ed esternazioni emotive; foto scattate ai pazienti da altre persone ed infine foto scattate direttamente dai pazienti sotto sua richiesta, usate come punto di partenza per il processo terapeutico.
La Foto-terapia
Grazie all’articolo di Judy Weiser abbiamo finalmente una definizione ufficiale riconosciuta dalla comunità scientifica che identifica la Foto-Terapia come l’utilizzo della fotografia all’interno del processo psicoterapeutico come mezzo per esplorare se stessi e fare emergere contenuti non verbali, soprattutto con quei pazienti che hanno difficoltà a far emergere la loro parte emotiva strettamente collegata a vissuti del passato di cui non ne hanno consapevolezza.
Se non fosse abbastanza chiaro, la Foto-Terapia è una pratica terapeutica condotta da professionisti specializzati quali psicologi psicoterapeuti formati nell’uso di tali tecniche. Diffida quindi da fotografi ritrattisti che parlano di fototerapia.
La Fotografia terapeutica
Ma non è finita qui, bisogna ancora definire cosa sia invece la Fotografia Terapeutica: un campo vasto dove le tecniche fotografiche vengono usate al di fuori di un processo terapeutico, quindi senza la presenza di uno psicoterapeuta, al fine di aumentare la conoscenza di se stessi, la propria consapevolezza e risolvere piccoli conflitti non patologici, attivando un cambiamento positivo o migliorando le relazioni interpersonali.
La produzione fotografica di Anna Fabroni, “Costole” (2004), è un esempio di fotografia terapeutica. Anna è un’ex modella che grazie alla fotografia è riuscita a sconfiggere l’anoressia e a costruirsi una nuova identità.

Ti racconto brevemente la sua storia e il suo progetto: tutto ebbe inizio dopo l’incontro con un fotografo, Francesco Morgillo, che, dopo un servizio fotografico in cui Anna era la modella, la spronò ad utilizzare la macchina fotografica per scattarsi delle fotografie da sola. Vi riporto direttamente le parole di Anna che raccontano di quel momento: “utilizzai la macchina quasi fosse un pezzo di ricerca al femminile, e il risultato fu sorprendente, mi sentivo più bella, come se finalmente non dovessi preoccuparmi del giudizio degli altri, come se finalmente potessi ritrarre me stessa e non come gli altri mi avrebbero voluta, o mi rappresentavano nei servizi di moda”. In una intervista Anna spiega che “dopo aver guardato i risultati e a come fosse il mio corpo nella realtà, rimasi stupefatta, forse avrei potuto riacquistare un po’ di peso?”.
Da quel momento Anna non si è più separata dalla sua macchina fotografica, attraverso di essa riusciva a guardarsi dall’esterno, permettendosi di essere più tollerante nei confronti di quella donna così fragile e piena di difetti che nonostante tutto meritava di essere amata. Grazie alla fotografia è riuscita a cogliere anche quelle emozioni che il suo corpo esprimeva attraverso gli scatti fotografici ma che facevano da filtro quando si guardava allo specchio. Il progetto “Costole” è stato per lei un modo per curare le sue insicurezze, a proposito di questo Anna scrive “sono guarita dall’anoressia, o comunque ho ripreso a mangiare, perché nelle foto di “Costole” ho visto le mie ossa, quando nello specchio vedevo solo grasso. Se servisse anche soltanto a correggere le distorsioni dei miei occhi, questo renderebbe l’autoritratto una forma di autoterapia molto importante”.
Lo so, la prolissità non è un mio dono, spero però che per tutti coloro che sono riusciti ad arrivare fino a qui, questo articolo abbia fatto un po’ di chiarezza. Se vuoi approfondire, Google è una fonte illimitata di informazioni e bibliografie, ma se vuoi condividere riflessioni o domande lascia pure un commento, sarò felice di poterne parlare con te.
Grazie per essere ancora qui!
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